Partecipazione e inclusione: più spazio ai giovani.

Si fa presto a dire “inclusione sociale”.

“Che senso ha parlare di inclusione quando non si riesce a coinvolgere gli ultimi, gli esclusi?”

È il pensiero espresso senza giri di parole da Veronica, servizio civilista del Cecchi Point. L’occasione è stata offerta dal confronto tra i partecipanti al secondo incontro del progetto Giovani Senza Frontiere.

L’evento si è tenuto giovedì 4 febbraio su zoom e oltre alla partecipazione dei partner di progetto, l’incontro ha ospitato la testimonianza del gruppo giovanile di Louga (Senegal).

Umar, Serigne e Diop hanno raccontato, in collegamento dal Senegal, di come il loro paese tuteli per legge l’inclusione e la partecipazione dei giovani nelle decisioni prese a livello politico, attraverso l’istituzione dei Consigli della Gioventù (in base alle disposizioni della legge 68 – 08 del 26 marzo 1968 e del decreto n° 76 – 0040 del 16 gennaio 1976).

Gruppo Giovanile di Louga (Senegal)

Occasioni di confronto formalmente previste, ma ancora caratterizzate dallo scarto tra quella che a tutti gli effetti è una buona intenzione rispetto al suo concreto dispiegamento.

“Sembra che il problema dei giovani sia comune. Abbiamo le stesse difficoltà nel trovare soluzioni ai problemi.”

Così chiosa Diop quando il dibattito si fa critico rispetto al tema dell’ascolto. La causa, secondo il gruppo facilitato da Alberico, sta in parte nelle relazioni di potere insite in queste occasioni di confronto. Avere a che fare quasi sempre con uomini, mediamente adulti (l’età media al parlamento europeo è di 55 anni e le donne sono il 36,2%) e quasi sempre incapaci di usare un linguaggio inclusivo, adeguato al tipo di uditorio, inibisce la partecipazione e di conseguenza la reale inclusione nelle scelte politiche.

Nuove forme di partecipAzione

L’impressione che emerge dal confronto è che le tradizionali forme organizzative, i partiti, deputate alla partecipazione del cittadino, da una parte non siano capaci di catturate l’interesse dei giovani, dall’altra sembra che abbiano una scarsa capacità nel dare risposta alle istanze sentite come prioritarie da parte delle giovani generazioni.

Secondo la ricerca commissionata dalla Commissione Europea “Situation of young people in the European Union”, nell’Europa a 28 solo il 7% dei giovani sostiene di essere stato membro di un partito politico. Questo dato spiega in parte la scarsa rappresentatività dei giovani al Parlamento Europeo (nel 2014 solo l’1,9% dei parlamentari aveva meno di 30 anni). Sempre secondo la ricerca citata, le cause alla base della scarsa adesione dei giovani ai partiti sono rinvenibili nella mediocre capacità di risposta che i partiti riescono a dare alle tematiche sentite più urgenti dai giovani come educazione e crisi ambientale e climatica.

Quello che potrebbe apparire come un disimpegno generalizzato da parte delle giovani generazioni, trova una mitigazione guardando alle altre forme organizzative attraverso cui i giovani partecipano alla vita politica e sociale dei rispettivi paesi.

Tra le forme di partecipazione alternative ai partiti spiccano le iniziative portate avanti dalle organizzazioni della società civile. Questo tipo di coinvolgimento (il doppio rispetto alla partecipazione espressa tramite un partito politico) è preferito dai giovani perché permette loro una forma di coinvolgimento più flessibile e legata a tematiche specifiche o single-issue (ambiente, immigrazione, clima, educazione).

La spiegazione di questo disimpegno rispetto alle tradizionali forme di partecipazione potrebbe essere legata a un atteggiamento inerziale che i giovani attribuiscono alle tradizionali forme di agire politico. Questo spiegherebbe perché l’adesione alle iniziative portate avanti dalle organizzazioni della società civile, riscuotono il favore dei giovani che in esse trovano una forma di agire più concreta e immediata.

Verrebbe quindi da pensare che una possibile soluzione per garantire e incentivare la partecipazione e l’inclusione dei giovani, possa essere individuata nel sostegno da parte dei decisori politici e delle istituzioni europee alle iniziative dei corpi intermedi delle società civile.

Photo by Naassom Azevedo on Unsplash

Raccomandazione che trova conferma nel documento “A comprehensive plan to innovate democracy in Europe” Civil society vision for the European DemocracyAction Plan.
Partendo dal presupposto che 1/3 delle organizzazioni giovanili in Europa lamenta la difficoltà di prendere parte al processo deliberativo e decisionale, il documento suggerisce tre azioni immediate per mitigare questa problematica:

  • Predisporre ambienti abilitanti: per salvaguardare ed espandere lo spazio civico, è essenziale includere l’apprendimento precoce dei principi democratici, ad esempio nei programmi scolastici…;
  • Favorire l’inclusione: le strategie per il recupero dello spazio civico dovrebbero essere adattate alle particolari circostanze e esigenze delle persone colpite, compresi i vari gruppi giovanili organizzati…;
  • Assumere il punto di vista dei giovani: la definizione delle politiche deve essere integrata con considerazioni sulle particolari realtà psicosociali, fisiche, economiche, culturali e educative dei giovani. Gli sforzi per determinare e rispondere efficacemente alle sfide, opportunità, bisogni e desideri di qualsiasi gruppo demografico richiede un’attenzione esplicita alle identità e alle culture prevalenti all’interno di quel gruppo.

I giovani hanno bisogno di spazi

Così la pensa il gruppo facilitato da Silvia di Border Radio. Lo spazio fisico in cui potersi incontrare e confrontarsi liberamente, ma anche lo spazio istituzionale per far valere le proprie posizioni e idee. In un certo senso oltre alle occasioni formali previste e sostenute attraverso progetti con una durata limitata, i giovani reclamano il sostegno tramite fondi europei a iniziative più a lungo termine. Occasioni di incontro informale, che non implichino la produzione di un output, spazi in cui sperimentare l’auto-progettazione senza la mediazione di adulti e figure esterne.

Questo richiederebbe un cambiamento dell’attuale schema di finanziamento previsto dall’Unione Europea a sostegno delle organizzazioni della società civile. Oggi prevalgono criteri che limitano fortemente la possibilità di accesso ai fondi da parte delle piccole e medie organizzazioni. Il cofinanziamento al 20%, la richiesta di partnership transnazionali e le limitazioni imposte alle spese sostenibili tramite il finanziamento (costi di struttura e personale), rappresentano un fattore di esclusione per le piccole realtà.

Si potrebbe partire quindi dalla concessione di fondi secondo criteri meno stringenti: diminuire la richiesta di cofinanziamento, prevedere forme di rendicontazione più agili e predisporre il finanziamento a lungo termine delle piccole realtà organizzative.
Sono solo alcune delle soluzioni proposte nel capitolo “Financial support to CSOS”, del documento citato in precedenza.

La richiesta dei gruppi potrebbe quindi essere sintetizzata in maggiori spazi, più risorse e minore mediazione da parte degli adulti. Ci sarà il tempo per commettere errori, per correggerli e provare nuovi approcci; ci sarà il tempo per sperimentare e capire cosa conservare del passato e cosa riproporre per il futuro, ma è fondamentale che quel tempo non sia negato.

Ok boomers?

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